Inicio opinion Franco Emilio Carlino e la chisciottesca impresa di restituire la memoria

Franco Emilio Carlino e la chisciottesca impresa di restituire la memoria


Vi sono opere che, per la loro natura e per la loro vocazione, finiscono per oltrepassare i confini della professione cui appartengono. Ricostruire la storia di un paese, seguire nel tempo le vicende delle sue famiglie, riportare alla luce documenti, testimonianze, fotografie e tracce di esistenze trascorse non significa infatti limitarsi a un esercizio di erudizione: significa opporsi, con gli strumenti pazienti della ricerca, alla progressiva dissoluzione del passato e restituire a una comunità ciò che il tempo tende inevitabilmente a sottrarle.

È in questa prospettiva che si colloca l’opera di Franco Emilio Carlino, la cui ricerca storica assume una particolare rilevanza proprio perché non si limita alla ricostruzione genealogica, ma si propone di ricomporre, attraverso le vicende degli individui e delle famiglie, il più vasto tessuto umano, sociale e culturale di una comunità.

Vi è, nella sua impresa, qualcosa che richiama -per analogia ideale e non certo per sovrapposizione di generi- la grande lezione di Miguel de Cervantes.

Il Don Chisciotte è certamente il romanzo di un cavaliere errante, ma è anche molto di più: è una straordinaria costruzione letteraria nella quale il particolare diviene universale, il quotidiano acquista dignità di materia poetica e le vicende apparentemente marginali degli uomini finiscono per comporre il ritratto, complesso e irripetibile, di un’epoca.

Cervantes comprese che la grande storia dell’umanità può manifestarsi anche attraverso le esistenze più comuni. Carlino, nel diverso territorio della ricerca storica, sembra muoversi secondo una medesima intuizione: che nessuna vita sia veramente minore quando viene restituita al contesto storico che le conferisce significato.

Franco Emilio Carlino.

Laddove Cervantes trasformava personaggi, luoghi, dialoghi e avventure in materia universale della letteratura, Carlino raccoglie cognomi, documenti, fotografie, testimonianze e memorie familiari per restituirli alla storia collettiva. Non si tratta soltanto di conservare ciò che è stato, ma di comprendere ciò che quel passato continua a dire al presente.

Dietro un cognome può celarsi la storia di una migrazione; dietro una fotografia, l’orizzonte sociale di un’epoca; dietro una casa, il passaggio di generazioni; dietro un documento apparentemente marginale, l’intera trama economica, sociale e istituzionale di una comunità.
È precisamente in questa capacità di vedere oltre la superficie del documento che la ricerca storica si sottrae alla semplice catalogazione e diviene interpretazione.

Ed è forse qui che la metafora chisciottesca acquista il suo significato più autentico.
Don Chisciotte combatteva contro giganti che gli altri vedevano come mulini a vento. Carlino, in una battaglia infinitamente più silenziosa, sembra invece combattere contro un nemico reale e inesorabile: l’oblio. Là dove altri potrebbero vedere soltanto una vecchia fotografia, un cognome ormai quasi dimenticato, una testimonianza frammentaria o un documento ingiallito, egli individua una possibile porta d’accesso alla storia.

La sua impresa è dunque, in un certo senso, una forma di archeologia dell’umano, perché la storia di un paese non è composta soltanto dagli avvenimenti che i manuali hanno ritenuto degni di essere ricordati, é composta anche dalle migliaia di esistenze anonime che, senza entrare nei libri della grande storia, hanno costruito quotidianamente la società: lavoratori, emigranti, famiglie, commercianti, artigiani, insegnanti, istituzioni, uomini e donne che hanno lasciato dietro di sé tracce apparentemente fragili, ma senza le quali la memoria collettiva rimarrebbe irrimediabilmente mutilata.

In questo senso, l’opera di Carlino appartiene a quella concezione della storia che non guarda soltanto dall’alto verso il basso, ma cerca la verità del passato anche nella dimensione minuta dell’esistenza. È microstoria, storia sociale, ricerca documentaria, ma soprattutto è una forma di restituzione.

Restituire significa, in questo caso, sottrarre all’oblio ciò che il tempo aveva quasi cancellato e riconsegnarlo alla comunità cui appartiene, tale é il caso del mio caro padre Rolando Pirillo.
Ogni famiglia ricostruita diventa così un frammento di un mosaico più vasto; ogni documento interpretato recupera una porzione di tempo; ogni voce conservata permette a un’esistenza di continuare a parlare oltre i limiti biologici della propria generazione.
E qui la lezione di Cervantes torna ad affacciarsi, non come paragone retorico, ma come principio ideale.

Lo scrittore e saggista Victorio Pirillo è autore di quattro libri.

Cervantes fece sì che uomini e donne appartenenti a una determinata geografia e a una determinata epoca finissero per parlare, attraverso la letteratura, all’intera umanità. Carlino, in una dimensione diversa e attraverso strumenti completamente differenti, tenta qualcosa di analogo: fare in modo che la memoria particolare di una famiglia non rimanga confinata alla famiglia stessa, ma divenga parte della memoria condivisa di una comunità.

Vi è, dunque, una nobiltà particolare nell’indagare il passato: non quella di chi contempla nostalgicamente ciò che non esiste più, ma quella di chi costruisce un ponte tra coloro che furono e coloro che saranno; perché una comunità privata della propria memoria rischia di perdere anche la coscienza delle proprie radici. E un popolo senza radici non è semplicemente un popolo che ha dimenticato il proprio passato, è un popolo al quale viene sottratta una parte della possibilità di comprendere il proprio presente.

È particolarmente significativa, in questa prospettiva, la riflessione di Franco Carlino sul fenomeno migratorio, tanto riferita a coloro che partirono in passato quanto a coloro che continuano a partire nel presente:
«…il problema nasce quando il partire non è, in definitiva, il risultato di una scelta che scaturisce dall’analisi di diverse possibilità ponderate, bensì quando essa emerge come una risposta obbligata, determinata da aspettative, possibilità o prospettive di un’evoluzione favorevole e dell’accesso a un futuro migliore per le persone»
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In queste parole la ricerca storica acquista una dimensione ulteriore. Dietro ogni migrazione non vi è soltanto uno spostamento geografico: vi sono una scelta, una necessità, una speranza, talvolta una rinuncia; vi è una frattura nella continuità familiare e, insieme, la ricerca di un futuro che il luogo d’origine non era più in grado di garantire.

Anche per questo la ricerca sulle famiglie non è mai soltanto una ricerca sul passato; é, in qualche misura, una ricerca sull’uomo.
Cervantes ci ha consegnato un Don Chisciotte destinato a cavalcare per sempre nella memoria della letteratura universale. Franco Emilio Carlino, da un territorio diverso e con strumenti differenti, percorre archivi, documenti, famiglie e testimonianze affinché uomini e donne che un tempo abitarono un paese non siano condannati a scomparire due volte: prima dalla vita e poi dalla memoria.

Ed è forse proprio qui che risiede la dimensione più alta e più autenticamente chisciottesca della sua impresa: avere il coraggio di inseguire ciò che il tempo sembra aver perduto, attribuire valore a ciò che altri potrebbero giudicare insignificante e opporre alla forza inesorabile dell’oblio la pazienza, la disciplina e la dignità della ricerca, perché, in definitiva, salvare una memoria particolare significa salvare una parte della memoria di tutti, e trasformare la memoria di pochi in patrimonio comune è, forse, una delle forme più nobili di servizio alla storia.